THE CAOS EDIT
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ISSUE 01-SEPTEMBER 2026

THE CAOS EDIT

ISSUE 01 — SEPTEMBER 2026

Quando abbiamo smesso di giocare con i vestiti?

Ciao, questo è CAOS Edit.

CAOS nasce come negozio, ma nella mia testa non è mai stato solo vestiti.

È moda, ovviamente. Ma è anche immagini che salvo, personaggi che non riesco a dimenticare, cose che scopro e devo raccontare a qualcuno, vecchie serie TV, nuove ossessioni, pensieri probabilmente non richiesti e tutto quello che, per qualche motivo, finisce nel mio personale caos.

Una volta al mese, più o meno, troverete qui quello che mi è rimasto in testa.

Benvenuti nel mio CAOS.

Quando abbiamo smesso di giocare con i vestiti?

Ultimamente guardo le proposte di look sulle riviste online e molto spesso penso:

ma davvero?

Abbiamo accesso praticamente a tutto. Possiamo vedere qualsiasi sfilata, qualsiasi epoca, comprare vintage, scoprire designer dall'altra parte del mondo, trovare ispirazione ovunque.

E poi finiamo sempre lì.

Jeans. T-shirt basic. Sneakers.
Pantalone. Maglioncino. Mocassino.


Il completo già fatto, così siamo sicure che tutto stia bene con tutto.

Ma cosa ci fa così paura?

Quando abbiamo smesso di giocare con i vestiti?

Sembra che tutto debba essere pratico, versatile, abbinabile. Il capo che “sta bene con tutto” è diventato il Santo Graal del guardaroba.

Posso dirlo?

Che noia.

Io non voglio necessariamente che tutto stia bene con tutto. Voglio aprire l'armadio e vedere qualcosa che mi faccia venire voglia di vestirmi.

E non significa dover uscire di casa ogni mattina come se dovessimo essere fotografate per Vogue. Si può essere comodissime e avere comunque personalità.

Il punto non è vestirsi strani.

È vestirsi come noi.

E prima di accusare il mondo intero di essersi annoiato, devo ammettere che per tanto tempo ho fatto esattamente il contrario.

Da adolescente mi sentivo principalmente sfigata e sbagliata. Avrei voluto sparire e, diciamocelo, non azzeccavo mezzo outfit manco per sbaglio.

Eppure c'è una foto di quel periodo che è ancora oggi una delle mie preferite.

Avevo un rossetto metallizzato, degli enormi occhiali rosa, un vestito in maglia bordeaux. Una mano sul fianco e l'altra dietro i capelli.

Un delirio.

Oggi, però, penso che forse fosse uno degli outfit più riusciti di quel periodo.

Non perché fosse oggettivamente bello — e forse è meglio non indagare — ma perché c'ero io dentro.

Per il resto del tempo non ragionavo in termini di “cosa piace a me?”.

Si usavano quelle marche.
Quei jeans.
Quei maglioni.
Quelle scarpe.

Le altre si vestivano così e quindi cercavo di vestirmi così anch'io.

La cosa che oggi mi fa ridere è:

Chi diamine aveva deciso che si vestissero meglio?

Nessuno.

Avevamo semplicemente deciso Che quello fosse il modo giusto di vestirsi.

E quando già ti senti fuori posto, vestirti come gli altri è rassicurante. Se indossi quello che indossano tutti, almeno non puoi sbagliare troppo.

Forse oggi facciamo la stessa identica cosa, solo molto più in grande.

Non abbiamo più soltanto la ragazza della scuola che secondo noi si veste benissimo.

Abbiamo TikTok, Instagram, Pinterest, influencer, aesthetic, capsule wardrobe, armocromia, body shape, quiet luxury, clean girl e liste infinite di “10 capi che ogni donna dovrebbe avere”.

E sia chiaro: non penso che queste cose siano necessariamente inutili.

Capire quali colori ci valorizzano può essere utilissimo. Conoscere le proporzioni del proprio corpo anche.

Il problema comincia quando uno strumento diventa una regola.

Quando invece di chiederci “mi piace?” iniziamo a chiederci “posso metterlo?”.

Quando lasciamo perdere un colore perché non appartiene alla nostra palette. Quando una gonna ci piace da morire ma “non valorizza la nostra body shape”. Quando abbiamo bisogno che qualcuno ci dica quali scarpe mettere sotto un pantalone perché abbiamo paura che quelle che avremmo scelto noi siano sbagliate.

Possiamo essere tecnicamente impeccabili.

Ma dove siamo noi?

Io ne accorgo sempre più ogni giorno.

Più passa il tempo, più torno alle cose che mi piacevano quando ero ragazzina.

Sono ancora fortemente legata all'estetica degli anni 2000, che poi sono gli anni in cui ho iniziato ad amare davvero la moda: le mie prime riviste, Britney e Christina, Paris, gli outfit assurdi delle protagoniste delle serie americane.

Non voglio tornare a vestirmi come nel 2004.

Voglio recuperare quella sensazione.

Quella per cui vestirsi poteva essere un gioco. Un outfit poteva essere strano, esagerato, magari persino brutto, senza essere necessariamente un fallimento.

Perché alla fine possiamo fare tutte le sedute di armocromia che vogliamo, conoscere perfettamente la nostra body shape e avere nell'armadio tutti i basic “giusti”.

Ma se poi ci guardiamo allo specchio e quello che vediamo non ci dice niente, a cosa è servito?

Per me la moda non è mai stata soltanto vestiti.

A me ha salvato la vita.

E, in modi diversi, continua a farlo.

È una coccola. È creatività. È uno dei modi che ho per volermi bene e, soprattutto, è un modo per dire chi sono senza dover fiatare.

Ci sono giorni in cui non posso decidere quello che succede intorno a me.

Ma posso decidere cosa mettermi addosso.

Posso guardarmi allo specchio e riconoscermi.

E questa, per me, non è mai stata una cosa superficiale.

Forse trovare il proprio stile non significa finalmente imparare a vestirsi “bene”.

Forse significa semplicemente arrivare al punto in cui non abbiamo più così tanta paura di vestirci male.

E ricominciare a giocare.

CAOS ARCHIVE / 001

FRAN FINE

Cambiava l'occasione. Non cambiava Fran.

C'è una cosa che adoro dei look di Fran Fine: non chiedono il permesso.

Corti, aderenti, scollati, colorati, animalier. Look che oggi probabilmente qualcuno trasformerebbe in un reel dal titolo “5 errori che ti fanno sembrare cheap”.

E grazie a Dio.

Fran non aveva paura di essere troppo.

Troppo corta. Troppo scollata. Troppo leopardata. Troppo aderente. Troppo colorata.

Ma soprattutto non aspettava l'occasione giusta per indossare quello che le piaceva.

Si vestiva da Fran per andare al lavoro, stare in casa o uscire a cena. Cambiavano i vestiti, le scarpe, il livello di eleganza.

Ma non cambiava Fran.

Ed è forse questo che vorrei recuperare: riuscire ad adattare quello che indosso all'occasione senza adattare me stessa all'outfit.

Perché essere riconoscibili, forse, è molto più interessante che essere impeccabili.

CAOS WEARS / 001

UN PANTALONE DI PAILLETTES.

NESSUNA OCCASIONE SPECIALE RICHIESTA.

Le paillettes sono uno di quei capi che compriamo perché ci fanno innamorare e poi lasciamo nell'armadio aspettando l'occasione giusta.

Ma chi l'ha deciso che serve un'occasione?

Ho preso un pantalone di paillettes di CAOS e ho fatto esattamente il contrario:

sono partita dal pezzo “troppo” e ho costruito tutto il resto intorno.

Non per renderlo più facile.

Per renderlo mio.

01 — OVER IT

Maglia nera morbida, spalla scoperta e scarpa bassa.

Le paillettes smettono di essere “da sera” e diventano semplicemente… pantaloni.

Paillettes anche di giorno. Sempre.

02 — UNDONE

Maglia bianca traforata, morbida e un po' trasparente.

Comodo, un po' disfatto, senza cercare di far combaciare perfettamente tutto.

Comodo non significa noioso.

03 — MORE IS MORE

Paillettes sotto. Frange sopra.

Perché forse non dobbiamo sempre “smorzare” il pezzo importante con qualcosa di basic.

A volte troppo + troppo è esattamente la quantità giusta.

04 — AFTER DARK

Bralette in pizzo, blazer e scarpa a punta.

Qui non abbassiamo il volume proprio per niente.

Se dobbiamo uscire, tanto vale esagerare.

  • SAME PANTS. DIFFERENT ENERGY.

ONE LAST THING.

Apri l'armadio.

Prendi quella cosa che ami ma non metti mai perché “non sai come abbinarla”.

Questa settimana mettila.

E NON CERCARE

L'OUTFIT SU PINTEREST.

See you next month.
Wear something weird.

CAOS ♡